giovedì 3 dicembre 2015

Repertorio dei matti della città di Torino, a cura di Paolo Nori




Lo dico subito, così non ne parliamo più o possiamo invece parlarne meglio: Repertorio dei matti della città di Torino(Marcos y Marcos) è un libro molto piacevole, mi ha fatta ridere svariate volte e ne ho inviati dei pezzettini agli amici. Perché di questo si compone: pezzettini, paragrafetti sui matti da leggere qui e là, da sbocconcellare come piccoli pezzi di pane lasciati da un Pollicino  che ha avuto un’idea ispirata dal Repertorio dei pazzi della città di Palermo di Roberto Alajmo (Mondadori) e racconta: “ho immaginato che si sarebbe potuto fare un corso di scrittura, non so come dire, senza sentimento, perché il repertorio dei pazzi mi sembra vada scritto come l’ha scritto Alajmo, ...

Il resto qui.

mercoledì 25 novembre 2015

La fortuna arride ai traduttori audaci

Potrei citare Steve Jobs e il suo garage, Meryl Streep e la sua risposta pronta, gli impressionisti con il Salon des Refusés o la Rowling e gli innumerevoli rifiuti delle case editrici per il primo volume della saga di Harry Potter, ma come al solito ho deciso di attingere a qualcosa che mi è proprio. Dunque, visto che quest’anno a teatro ci stanno raccontando anche dei grandi autori e teorici del teatro, citerò Eugenio Barba.

Eugenio Barba

Ai suoi esordi Eugenio Barba, oggi grande attore e regista teatrale, aveva deciso, dopo essersi laureato in Norvegia ed aver studiato recitazione in Polonia e India, di tornare nel paese dei fiordi e proseguire lì la sua carriera. Purtroppo, però, come attore non venne accolto perché straniero. Quindi cosa fece? Si rivolse ad alcuni giovani che non avevano superato i test di ammissione alla Scuola Teatrale di Stato di Oslo e nel 1964 creò insieme a loro l’Odin Teatret, oggi realtà di spicco del teatro contemporaneo.Un bel modo di reagire, vero?

Sì sì, lo sappiamo tutti che “non è forte colui che non cade mai, ma colui che cadendo si rialza” e che “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria” e blablabla. Volevo tuttavia parlare di Barba per ricollegarmi a un’intervista a una traduttrice che ho di recente ascoltato su un podcast.

La collega raccontava di come, dopo aver collaborato per anni per alcune agenzie fisse, aveva di colpo perso gran parte dei suoi clienti, che alle sue tariffe avevano preferito i molto più economici servizi di traduzione automatica e post-editing. Dopo essere piombata in un primo periodo di confusione e crisi, la collega aveva reagito iniziando a curare molto di più il networking e, col tempo, ad accompagnare l’attività di traduzione con un servizio di coaching dedicato ai colleghi.

In pratica, l’inaspettata carenza di lavoro l’aveva posta giocoforza di fronte alla necessità di prendere coscienza di se stessa in modo diverso, di trasformarsi da traduttrice in imprenditrice. Come Eugenio Barba, di fronte a una difficoltà si era rimboccata le maniche e si era reinventata, cercando di attingere dentro di sé a risorse insospettate. Risorse che forse, senza uno stimolo dettato dalla necessità, non avrebbe mai scoperto di avere.

“È tutta questione di mindset”, spiegava. “Mentalità”. Nonostante gli innumerevoli anni di esperienza, durante tutta la sua carriera non aveva fatto altro che comportarsi come fosse stata una dipendente delle agenzie con cui collaborava. Non aveva mai dovuto sviluppare l’imprenditorialità, ovvero quell’attitudine propria di un imprenditore, per l’appunto, volta alla costante ricerca di soluzioni nuove per presentarsi, aggiornarsi, sviluppare e ampliare con regolarità i propri servizi. Allo stesso modo non si era mai messa in condizione di correre i rischi che l’attività di imprenditore comporta.

Una volta attinto alla propria audacia, la collega ha trovato la fortuna pronta ad arriderle. Eppure mi domando: c’è modo di sfruttare a pieno le proprie risorse senza dover per forza attendere uno stimolo esterno?

Secondo me, sì. Non a caso, infatti, imprenditoria e imprenditorialità sono le parole chiave dei programmi delle scuole del domani, così come di molti progetti dell’Unione europea dedicati appunto alla formazione. Questo significa che, come nel caso della collega intervistata, imprenditori non si nasce, si diventa. Ma è anche importante ricordare che la strada in questo senso non è univoca e uguale per tutti, proprio perché bisogna imparare a valorizzare se stessi per le caratteristiche uniche che ci distinguono dagli altri. Quindi c’è chi decide di dedicarsi alla traduzione e all’insegnamento, chi di specializzarsi in un settore molto specifico, chi ancora di studiare una terza o quarta lingua. Quale che sia la strada che si decide di percorrere, l’unica cosa che non bisogna dimenticare di portarsi sempre dietro è un pizzico d’audacia; la fortuna verrà da sé – in Norvegia, Italia o altrove, poco importa.

E voi, quanto vi sentite audaci?

Grazie per avermi letto. Se avete voglia, ditemi cosa ne pensate o se vi è capitato qualcosa di simile lasciando un commento.

mercoledì 18 novembre 2015

Il buon traduttore sa quando prendersi una pausa

Cosa fate quando non trovate il modo di tradurre al meglio una frase? Oppure quando avete finito di tradurre e dovete passare alla revisione?


Intendo una volta SUPERATO l'attimo di debolezza emotiva...

Per quanto riguarda me, nella maggior parte dei casi cerco di concentrarmi su altro, magari iniziando un altro lavoro, andando a far la spesa a metà giornata, seguendo un corso su Coursera o scrivendo un post. Sento già le vocine in sottofondo, come una musichetta cantilenante.

Fai la spesa a metà giornata? Sei comoda, a poter gestire i tuoi orari…
Scrivi un post? Va be’ che tu come freelance puoi fare come ti pare…
Un corso su Coursera? Si batte la fiacca, eh? Bella la vita del freelance…

In realtà non si tratta di saper gestire i propri orari, di condurre una vita comoda o di poter fare ciò che si vuole; il punto è che nel lavoro di un traduttore, dove tutto è incentrato da una parte sulle competenze, dall’altra sulla creatività, imparare a prendersi una pausa dal lavoro è fisiologicamente e professionalmente necessario, addirittura vantaggioso.

Ma non mi dire

E qui entrano in gioco il nostro cervello e il suo funzionamento. Diverso tempo fa avevo provato degli esercizi per svegliare l’emisfero destro, quello imputato alla creatività. Stavolta, invece, vorrei rendervi partecipi di quel che

lunedì 9 novembre 2015

Una casa sul mare del Nord, di Nina George

«Sarei affondata volentieri nelle sue acque», disse Marianne piano. «Avrebbero coperto tutto, mi avrebbero sommerso per poi ritirarsi, dimenticandomi. Ho cercato la morte».
«E poi?» chiese Pascale angosciata.
«Poi mi è capitata la vita».

Quanto si può essere stanchi della propria vita o di se stessi? Marianne, la protagonista del nuovo romanzo di Nina George, Una casa sul mare del Nord (Sperling & Kupfer, trad. di Cristina Proto) lo è tanto, talmente tanto che l’unica soluzione che ritiene possibile per tirarsi fuori dai giochi e liberarsi di quel pesante fardello che le pesa sulle spalle è il suicidio. E proprio un attimo prima di lasciarsi cadere nelle fredde acque della Senna, Marianne “Non si era mai sentita così leggera. Così libera. Così felice”. Perché il fatto è che non ha atteso di avere sessant’anni per buttarsi giù da un ponte di Parigi e morire. Lei è già morta, giorno dopo giorno, per decenni. Quel tuffo, per lei che di decisioni per se stessa, nella vita, non ne ha prese mai, è un grido di rinascita, di lotta, di speranza. È anche un grido che, grazie a un uomo che prontamente interviene, non rimarrà soffocato dalle correnti della Senna…

La recensione continua qui.

mercoledì 4 novembre 2015

Cari traduttori, leggere gli annunci di lavoro fa male alla salute

Oggi, come spesso accade, stavo sfogliando le varie proposte di lavoro per i traduttori su un noto portale di ricerca quando… ZAC, è successo. Un annuncio mi ha fulminata. Il titolo recitava: Traduttore interprete 4 lingue.

Occorre una breve premessa: quando leggo gli annunci pertinenti al mio settore non necessariamente devono interessare me medesima – di fatto, io non sono un’interprete, né traduco da quattro lingue – ma li leggo ugualmente per comprendere come va il mercato, cosa cercano, se posso segnalare eventuali annunci a qualche collega e via discorrendo. È inoltre interessante capire se le richieste sono ragionevoli, perché in tal caso vuole dire che qualcosa, nella percezione del mestiere da parte dei non addetti, sta cambiando.

L’annuncio inizia bene: La risorsa ideale..., dove ideale, come vedrete più avanti, è proprio inteso come recita la Treccani: “Prodotto dalla fantasia, dall’immaginazione, che non ha rispondenza nella realtà o modello nella natura”. Proseguo: …ha maturato pregressa esperienza nella mansione di traduttore/interprete.... Ottimo, mi dico. E a seguire: …di testi per aziende operanti nel settore metalmeccanico. Le cose si complicano, ma di persone preparate per il settore specifico ce ne sono senz’altro.

Vado avanti. Si richiede:
  • ottima conoscenza dell’inglese parlato/scritto
  • ottima conoscenza del francese parlato/scritto
  • ottima conoscenza del tedesco parlato/scritto
  • ottima conoscenza dello spagnolo parlato/scritto

Questo è il momento in cui comprendo che

venerdì 16 ottobre 2015

Il ritorno del pendolo, di Bauman e Dessal

Tra Zygmunt Bauman e Gustavo Dessal, pensatore di fama mondiale il primo e psicoanalista il secondo, il dialogo è serrato e complesso, nonché di estremo interesse. Un dialogo, il loro, che ha dato corpo a un saggio, Il ritorno del pendolo – Psicoanalisi e futuro del mondo liquido (Edizioni Erickson, con traduzione di Riccardo Mazzeo) dove, seguendo esattamente un’oscillazione che delinea un movimento tra le due voci, si muovono le fila dei loro pensieri sul mondo e la società.
Il la che dà il via a questo scambio è Freud e il suo Il disagio della civiltà, la cui attualità, come ricorda subito Dessal: “non solo continua a essere inalterata, ma […] getta n...Continua qui.

giovedì 8 ottobre 2015

Il paradiso degli orchi, di Daniel Pennac

Lo scrivo con titubanza perché è un’ammissione in piena regola: non avevo mai letto Pennac. Per motivi stupidi, ammetto anche questo. Anni fa qualcuno, parlandomene, lo aveva definito il Benni francese, e a me, che adoro Benni, non era andata giù.  Quest’anno però Il paradiso degli orchi si è insinuato in casa per mano di un amico, iniziando dapprima a farsi strada nel mio immaginario con quei tre orchi e il cane in copertina e catturandomi infine quando, qualche giorno fa, avevo bisogno di una lettura da portare con me. Così, mentre la folla dell’autobus mi carpiva in quella calca di corpi dell’ora di punta, Pennac lo faceva col suo velo da sposa. Ve lo ricordate? Il romanzo inizia così: “La voce femminile si diffonde dall’altoparlante, leggera e piena di promesse come un velo da sposa”. Una mancanza di peso così esatta a cui è difficile opporsi (un grazie doveroso alla traduttrice, Yasmina Melaouah), una leggerezza del linguaggio che mi ricordava in qualche modo il Calvino delle lezioni americane, perché il mondo di Pennac non aveva affatto l’impressione d’essere di pietra.
E di fatto Pennac non diventa di pietra mai: ...
Continua qui.

giovedì 1 ottobre 2015

Traduzione attiva e passiva: alcune riflessioni

Ieri ho postato su Facebook un indovinello: indovina la lingua madre di chi ha tradotto in EN il testo: "...and to repurchase a dignity".

Questo stralcio è tratto da una serie di documenti che sto traducendo dall'inglese all’italiano insieme a una collega. I casi di studio descritti si riferiscono a progetti attuati in diversi paesi del mondo e ognuno è stato probabilmente tradotto da persone appartenenti all'organizzazione coinvolta: quindi né traduttori, né tanto meno madrelingua inglesi.

Gli esempi che abbiamo riconosciuto essere stati tradotti da italiani ci hanno fatto sorridere perché il senso, almeno per noi, era piuttosto palese e seguiva la logica della nostra lingua (vedi “…and to repurchase a dignity”). Quelli che invece erano stati tradotti da persone di paesi diversi sono stati fonte di sofferenza.

Questo può servire a ricordare quanto sia importante per il cliente affidare la traduzione dei testi a persone capaci di padroneggiare perfettamente la lingua di arrivo, ovvero madrelingua o madrelingua tardivi.

Tuttavia oggi vorrei presentarvi un altro punto di vista: un collega con cui ho parlato di recente mi spiegava infatti che, lavorando in azienda, si trovava nella situazione di dover tradurre in attivo o di dover direttamente redigere dei testi in una lingua diversa dalla propria, nel suo caso l'inglese. Vista la diffusa mancanza di una conoscenza specifica del lavoro in sé, è una cosa che in questi ambiti viene richiesta spesso e la persona interessata non è certamente nella condizione di rifiutare. L'aspetto che su cui vorrei concentrarmi è però un altro: nel tradurre o creare ex novo un testo in inglese, il collega si trova di fronte a due particolari esigenze del cliente (in questo caso l'azienda che lo ha assunto), una esplicita e l'altra implicita. Vi spiego meglio

mercoledì 23 settembre 2015

Traduzione audiovisiva, adattamento, sottotitolaggio: ne parliamo con Chiara De Giorgio

Chiara De Giorgio
Collezione Autunno inverno
Uno dei settori della traduzione che viene spesso dato per scontato e su cui molti conoscitori di due o più lingue amano commentare è quello che riguarda il mondo degli audiovisivi. Sottotitolaggio, adattamento, voice-over, simil sync… Questi e altri termini riportano tutti a un mondo a sé stante che riguarda i prodotti destinati al grande e al piccolo schermo. Oggi ho deciso di parlare di questi e altri argomenti con Chiara De Giorgio, libera professionista traduttrice che lavora in questo mondo da quasi dieci anni.

Partiamo dall’inizio: una laurea triennale in traduzione e interpretariato, un corso di specializzazione in traduzione legale e poi una laurea specialistica in traduzione e altri corsi di aggiornamento oltre a quasi dieci anni di esperienza. Quand’è che un traduttore può considerarsi formato?

Mai, credo. Almeno nella mia esperienza. E per quanto lauree, master e corsi di formazione siano utili, i trucchi del mestiere li ho imparati tutti sul campo. Traducendo o, nel mio caso, adattando. E diciamo che essere un’appassionata di serie televisive di ogni sorta e genere ha aiutato.

mercoledì 2 settembre 2015

Traduttori allo sbaraglio: 4 semplici passi per organizzare il lavoro

Un libero professionista deve essere organizzato. Lo richiede la natura stessa del lavoro che svolge, costellato di scadenze come di stelle la volta celeste.

Hai veramente scritto quella frase?
Qui non mi riferisco a come si organizza il lavoro in senso stretto, ma alla gestione di clienti, dati, lavori svolti e via discorrendo. Ognuno ha il suo metodo: c’è chi tiene tutto a mente, chi si affida alla tecnologia, chi preferisce carta e penna e chi ancora una lavagna o i simpatici post-it.

Io seguo un metodo semplicissimo.

mercoledì 26 agosto 2015

Suggerimenti per un weekend d'ottobre: il Language Show Live 2015


La tentazione di prendersi un giorno di vacanza e fare una capatina a Londra ad ottobre è forte. Intanto che ci penso, lascio qui qualche informazione nel caso potesse essere d'interesse per qualcun altro.

Di cosa sto parlando? Del Language Show Live 2015.

Rivolto a chi? A tutti gli amanti delle lingue e ai professionisti del settore.

Perché andarci? È una bella occasione per assistere a seminari, rappresentazioni culturali, corsi di lingua... C'è davvero di tutto e di più e si prospetta un'affluenza di almeno 10.000 visitatori.

To', anche stavolta sono riuscita a infilare Sheldon in un post!

Senza contare che è anche un'ottima scusa per farsi un giretto a Londra e che uno di quei succitati seminari lo tiene Martina Eco, cara amica traduttrice e interprete (non perdetevela).

Quando? Dal 16 al 18 ottobre.

Dove? All'Olympia Conference Centre, Hammersmith road, Londra.

Come? A piedi, a nuoto oppure in bicicletta, pagaia o aliscafo. Insomma, come volete. L'importante è che prenotiate prima il vostro biglietto a questo indirizzo.

Che dite, ci vediamo là?

mercoledì 19 agosto 2015

Giovanni Pascoli e la traduzione del testo poetico

Giovanni Pascoli
L'altro giorno ho letto sulla Stampa che è stato ritrovato un compito di traduzione di Pascoli valutato da Carducci, allora suo professore presso l’ateneo di Bologna. Cercando e curiosando in rete mi sono infine imbattuta in questo interessante documento, ovvero “Le traduzioni ‘metriche’ di G. Pascoli”, a cura di Pietro Giannini, scritto tratto da “Teorie e forme del tradurre in versi nell’Ottocento fino a Carducci – Atti del convegno internazionale – Lecce, 2-4 ottobre 2008”, di Andrea Carrozzini.

Il compito di cui la Stampa parlava ieri è stato rinvenuto da Alessandro Anniballi tra le pagine di un libro del 1923, “Traduzioni e riduzioni di Giovanni Pascoli raccolte e riordinate da Maria Pascoli”. Anniballi racconta: “Stavo leggendo le sue traduzioni che amo per la loro straordinaria capacità di rendere la musicalità del testo poetico. Verso la metà del libro mi rendo conto che ci sono alcuni fogli di carta più spessa. Erano cuciti alle altre pagine. Toccandoli si sentiva la vergatura della penna stilografica”.

Come si legge nel documento a cura di Giannini, Pascoli aveva fatto delle “equivalenze metriche” il suo personale metodo di traduzione. Tanto che un commento di Salvatore Quasimodo su una traduzione da lui curata in cui afferma di aver deliberatamente scelto di non adottare questo approccio viene considerato un chiaro richiamo al Pascoli e, di conseguenza, implicita critica allo stesso: “Ho eluso il metodo delle equivalenze metriche perché i risultati da esso conseguiti, se pure avvicinarono al battito delle arsi, al silenzio delle tesi, agli spazi delle cesure, alla norma tecnica, infine astratta, dell’antico testo poetico, non ci resero nel tempo stesso la evidenza delle parole costituite a verso”.

Ho voluto sottolineare questi due aspetti per mostrare come una traduzione, in alcuni casi - ad esempio in questo, dove si parla di poesia - possa risultare più o meno apprezzabile in base ai gusti, alle conoscenze, alle aspettative di colui che ne fruisce, ovvero il lettore.

Concludo riportando un brano del documento, che a sua volta riporta pensieri di Pascoli sull’impresa traduttiva (cito una citazione che riporta una citazione: mi sento un po’ come se giocassi con le scatole cinesi):
Sentiamo direttamente Pascoli: Ma che è tradurre? Così domandava poco fa il più geniale dei filologi tedeschi; e rispondeva: Il di fuori deve divenir nuovo; il di dentro restar com’è. Ogni buona traduzione è mutamento di veste. A dir più preciso, resta l’anima, muta il corpo; la vera traduzione è metempsicosi.  
Pascoli non è d’accordo con questa idea. E obietta: Non è giusta. Mutando corpo, si muta anche anima. Si tratta, dunque, non di conservare all’antico la sua anima in un corpo nuovo, ma di deformargliela il meno possibile; si tratta di scegliere per l’antico la veste nuova, che meno lo faccia parere diverso e anche ridicolo e goffo.
Passando poi a parlare delle traduzioni precedenti così si esprime: Per esempio, il verso sciolto del Caro e del Monti è troppo sciolto; cioè, pur non potendo con ogni singolo endecasillabo comprendere un esametro, non cura di comprenderne due con tre, sempre, metodicamente, monotonicamente, come mi par dovrebbe? Ebbene, proveremo noi; faremo noi le terzine o rimate o assonanti o libere. O proveremo a tradurre con l’esametro italico. Ma ci sembrerà, l’esametro carducciano, troppo libero d’accenti? E noi c’ingegneremo di farlo tanto regolare, tanto sonoro, quanto almeno quelli del Voss e del Geibel. Infine, alcune considerazioni di carattere generale: Peraltro, io distinguo. C’è traduzione e c’è interpretazione: l’opera di chi vuol rendere e il pensiero e l’intenzione dello scrittore, e di chi si contenta di esprimere le proposizioni soltanto; di chi vuol far gustare e di chi cerca soltanto di far capire.Quest’ultimo, il fidusinterpres, non importa che renda verbum verbo: adoperi quante parole vuole, una per molte, e molte per una; basta che faccia capire ciò che lo straniero dice […]. Ma all’interpretazione, nella scuola, deve tener dietro la traduzione: ossia il morto scrittore di cui è morta la gente e la lingua, deve venire innanzi e dire nella nostra lingua nuova, dire esso, non io o voi, il suo pensiero che già espresse nella sua lingua antica. Dire esso a modo suo, bene o men bene che dicesse già: semplice, se era semplice, e pomposo se era pomposo, e se amava le parole viete, le cerchi ora, le parole viete, nella nostra favella, e se preferiva le frasi poetiche, non scavizzoli ora i riboboli nel parlar della plebe […]. Se vogliamo evocarli [scil. gli autori antichi] nella nostra lingua, essi, quando obbediscano, vogliono essere e parere quel che furono; e noi non solo non dobbiamo menomarli e imbruttirli, ma nemmeno (quel che spesso ci sognamo di fare) correggerli e imbellezzirli; come a dire, togliere ad Omero gli aggiunti oziosi di cantore erede di cantori, e a Erodoto le sue lungaggini di narratore chiaro, e a Cicerone le sue ridondanze di oratore armonioso, e a Tacito i suoi colori poetici di scrittore schivo del vulgo. Ognuno faccia indovinare, se non sentire, le predilezioni che ebbe da vivo, quanto a lingua e a stile e a numero e a ritmo.

mercoledì 5 agosto 2015

La piccola Battaglia portatile, di Paolo Nori

Questo libro m’ha commossa. Sarà che parla di padre e figlie e contorni di umanità e trasuda un po’ tanto amore, nelle sue pagine, mi ha commossa. C’è Battaglia, che è una bambina sveglia come tanti bambini, e poi c’è il padre della Battaglia, che è sveglio anche lui a suo modo ma lui per primo dice di non sapere niente: “Anche se, a dire il vero, quella di cui provo a parlare in questo libro non è esattamente mia figlia, cioè mia figlia è poi un’altra cosa, e io , anch’io non sono esattamente io, io sono il babbo della Battaglia, per quello, non so bene cosa sono, che spazio occupo, da che parte sto, a cosa servo, quanti anni dimostro, da dove vengo, quando mi sono incontrato per la prima volta, non so neanche esattamente come mi chiamo…”.

Continua QUI.

martedì 28 luglio 2015

Meglio Google Translate oggi o un traduttore domani?

Di recente una commerciante in un paesino della Liguria mi ha raccontato di aver avuto diversi problemi con la vetrina del suo negozio. Trattandosi di un franchising, l’allestimento e i vari elementi di decoro sono imposti dalla casa madre, comprese le scritte che informano del periodo di saldi. “Alcuni turisti russi mi hanno fatto più volte presente che la scritta nella loro lingua, che doveva dire Saldi, non aveva in realtà un senso compiuto”, lamentava la signora. “Ridevano, ma non so perché. Non so certo cosa ci fosse scritto”. Dopo aver sollecitato l’azienda, nel giro di una decina di giorni sono arrivati gli adesivi corretti.

La casa madre probabilmente non si era avvalsa di un servizio di traduzioni professionale. Perché spendere soldi quando occorre tradurre una sola, semplicissima parola? L’ovvia risposta è: per essere certi che la traduzione di quell’unica parola esprima nell’altra lingua lo stesso concetto.



Ora, io non so come la parola saldi possa, se tradotta male, incidere su vendite o interesse da parte dei clienti russi che animano quella cittadina d’estate. Tuttavia, so che se avessero scritto Seldi o commesso un altro errore in italiano, la cosa mi avrebbe automaticamente trasmesso un’idea di sciatteria e scarsa qualità, accentuata soprattutto dal contrasto col marchio, di per sé molto importante e noto per il pregio dei suoi prodotti. Al contrario, se trovo un errore di traduzione su un articolo di un negozio di chincaglieria rimango molto meno colpita e magari ci rido anche su, perché mi aspetto proprio questo: scarsa qualità.

Se devi fare una cosa, falla bene oppure non farla, mi ha sempre ripetuto mia madre. Quando un’azienda definisce quali spese ha intenzione di sostenere, deve sempre valutare quanta importanza riveste la comunicazione: deve essere fatta bene o basta tentare?

Nel secondo caso Google Translate farà esattamente al caso dell'azienda se: 

1) non deve tradurre informazioni importanti, che riguardano magari un uso sicuro del prodotto;
2) non punta alla qualità.

Oppure 3) se punta a non farli entrare, i clienti stranieri.

Un’azienda per cui qualità e affidabilità sono elementi importanti deve invece prendere in considerazione l’idea di investire in una buona comunicazione, capace di veicolare le informazioni corrette al potenziale cliente. Nel caso della traduzione sbagliata in russo della parola saldi, la comunicazione si è rivelata inefficace perché inesatta, ma ancor di più perché l’errore ha forse restituito l’immagine di un’azienda che non pone sufficiente attenzione alla cura della sua clientela straniera.

Se poi consideriamo che sia stata presumibilmente sostenuta una spesa doppia per sostituire tutti gli adesivi recanti il termine sbagliato e crearne di nuovi, l'azienda avrebbe forse speso meglio il suo denaro rivolgendosi fin da subito a un traduttore professionista, anche se per un’unica parolina. O no? 

...rispose Sherloc.

martedì 21 luglio 2015

Non rimandare a domani quello che potresti fare oggi

Per un traduttore è un mantra costante e sono pronta a scommettere che sia così anche per il 99,9% degli altri liberi professionisti. Nel mio caso, ho capito che erano parole che mi si addicevano alla perfezione intorno ai 14 anni di età: mangio il boccone prelibato solo dopo le verdure, appena tornata alle 3 di notte da un viaggio di 15 ore preferisco ugualmente riordinare la valigia prima di andare a dormire… Insomma, tendo a rilassarmi solo dopo aver fatto ciò che devo, soprattutto in ambito professionale.




Quand'è che come traduttrice tendo a rimandare il lavoro o a farlo procedere con lentezza?




Succede quando ce n’è poco e lo posso spalmare su più giorni, quando ci sono più possibilità di distrazione, accuso un calo di autodisciplina e motivazione o anche soltanto quando c’è un termine per il quale no, non riesco proprio a trovare un traducente che mi soddisfi e la frustrazione prende il sopravvento.

Credo che, alla fin fine, le ragioni che portano me e chiunque altro a procrastinare sono ciò che ci rende umani. Come aggiro il problema?


  • Faccio una telefonata.

  • Imposto, ovvero: quando il lavoro sembra troppo difficile e impegnativo, cerco di dividerlo in parti. Piano piano la matassa si dipana e diventa più abbordabile. La parte più difficile è molto sovente quella iniziale, ma una volta preso il via il resto vien da sé.
  • Agisco, ovvero: aspetto di trovare la soluzione più tardi, impegnandomi nel frattempo a portare avanti il resto. Il termine ostico, ad esempio, lo lascio lì a macerare, oppure chiedo consiglio a un collega. Se la soluzione non dovesse arrivare, avrò più tempo per cercarla una volta terminato il grosso del lavoro.
  • Termino, ovvero: non mi concedo sconti anche avessi da tradurre soltanto 8mila parole in due settimane. Se seguo rigorosamente la mia tabella di marcia e nel frattempo mi viene proposto un altro progetto, avrò già svolto la maggior parte del primo.
E se dovessi finire prima?




Consegno prima! In molti sostengono che sia una brutta abitudine, perché “le agenzie e i clienti poi si abituano a tempi di lavoro diversi”. Io non sono d’accordo:

  • nel caso di un cliente diretto, per il lavoro successivo basterà mettere nuovamente in chiaro delle tempistiche giuste;

  • nel caso di un’agenzia si parla invece di altri professionisti del settore, che ben sanno quali sono le difficoltà e i tempi indicativi per lo svolgimento di un determinato lavoro. Se si riesce a consegnare in anticipo, 1) si facilita il compito dei revisori, che nella maggior parte dei casi avranno più tempo per rivedere il testo e 2) in alcune occasioni viene inviato altro materiale dello stesso progetto perché ancora da assegnare (“visto che già hai lavorato a una prima parte, avresti voglia di occuparti anche di quest’altra?”).

E voi? Ce l’avete il numero di Chuck Norris?

mercoledì 15 luglio 2015

Traduttori e postazioni di fortuna

Ieri mattina mi ha scritto un'amica e collega suggerendomi, scherzando, di creare una rubrica del blog dedicata alle postazioni improvvisate dei traduttori. Perché no?

Non so quanti abbiano voglia di partecipare a questa idea, ma intanto ecco come lei sta lavorando in questi giorni di semi-vacanza (ovvero: giorni in cui lavora, ma da casa di amici). 



A sinistra il portatile è stato portato a livello sfruttando le enciclopedie, sempre utilissime nel momento del bisogno. A destra... be', il secondo monitor si è rotto e provvisoriamente ne è stato riesumato uno di quelli preistorici con tubo catodico. 

Perché due schermi? In molti ne preferiscono due per questioni legate alla vista, ma nel suo caso non potrebbe farne a meno perché si occupa di adattamento e sottotitolaggio, perciò da una parte visualizza il filmato, dall'altra il file di lavoro.

Ah, dimenticavo: come avrete immaginato, si è trovata costretta a lavorare in piedi. "Non so se ho più male alla schiena o alle gambe, non vedo l'ora di tornare a casa", ha commentato.


martedì 7 luglio 2015

Cercate nuovi clienti? Ecco come trovarli

Oltre a diversi clienti occasionali, molti traduttori freelance hanno dei clienti fissi che si rivolgono a loro con una certa continuità e che garantiscono pertanto delle entrate mensili piuttosto regolari. Altri, un po’ per necessità e un po' per il gusto di uscire dalle pareti di casa, svolgono un secondo lavoro parallelo che prevede - so che non ci crederete, ma è così - una qualche forma di contatto con altre persone.

(Magari un'altra volta parlerò dell'innata propensione dei traduttori per le occasioni sociali e i momenti di ritrovo con altri esseri umani...)

Se non si appartiene a questa seconda categoria, ma alla prima, bisogna stare attenti e ricordarsi che il più grande errore per un libero professionista è quello di smettere di cercare clienti nuovi. La tentazione è grande, lo so, soprattutto nei periodi di lavoro più intensi, quando non si ha nemmeno il tempo di respirare. Eppure non vi sono tutele, né rapporti di amicizia o fiducia: un cliente può sempre, di punto in bianco, decidere di non avere più bisogno di noi, o di cambiare le regole del gioco, o di chiudere baracca e burattini e trasferirsi in un altro emisfero dove non avrà più bisogno dei nostri servizi. Del resto, è un suo legittimo diritto, non trovate? Anche noi, in qualità di clienti, lo sfruttiamo quotidianamente quando preferiamo comprare i pomodori da Peppino invece che da Maria, per dirne una.


Qualche consiglio?

Siate costanti. Un giorno la settimana, un'ora al mese, dieci minuti al giorno: non è importante quanto tempo ma quanto si è costanti. Io mi ci dedico un tempo indefinito che può andare dai 5 minuti alle tre ore tutti i giorni. Rispondo ad annunci, invio la mia presentazione, oppure faccio ricerche per farmi venire idee, informarmi, cercare clienti mirati.

Siate precisi. Lasciando da parte e/orrori di ortografia e affini, mi è capitato ad esempio di ricevere curriculum da parte di persone che da un lato scrivevano di avere apprezzato molto il mio sito, ma dall'altro si rivolgevano a me come se fossi un'agenzia. Quanto tempo pensate mi sia servito per capire che si trattava di un'email inviata con superficialità e in fretta? Capisco che l'obiettivo è quello di ottimizzare i tempi puntando sulla quantità, ma un messaggio mirato può essere molto, molto più efficace.

Siate concisi ed esaustivi. Per quanto mi riguarda, adoro i CV da una pagina, quelli a cui basta dare un'occhiata per capire combinazioni linguistiche di lavoro, settori di specializzazione, esperienze di maggiore rilevanza.

Mi piacciono ancora di più se contengono elementi grafici o piccoli indizi che possano suggerire che tipo di persona può averlo scritto. A un convegno sul mondo del lavoro mi aveva molto colpito quello che aveva detto un rappresentante della Manpower, nota agenzia interinale, sull'importanza di indicare i propri hobby sul CV: "Se fai l'arbitro, anche da dilettante, ciò che si percepisce subito è che sei una persona che sa seguire bene le regole e che sa prendere decisioni in fretta. Se invece giochi a pallavolo avrai di sicuro un buono spirito di squadra", e via dicendo. Non sono cose da sottovalutare, perché il fattore umano è quello che rimane più impresso.

Definite un target. Desiderate tradurre letteratura? Studiatevi una bella proposta editoriale. Preferite i saggi di argomento economico o i manuali tecnici? Meglio clienti italiani o stranieri? Cercate in rete informazioni che possano aiutarvi a definire i vostri potenziali clienti. Magari sbaglierete i primi invii, ma col tempo il settore non avrà segreti e riuscirete ad ampliare il vostro mercato.

Rendetevi visibili. È così ovvio che a volte ce ne si dimentica, ma esistono altri mezzi di comunicazione oltre all'email: potete telefonare, inviare una lettera, passare direttamente in ufficio (in questo caso magari è meglio avvisare preventivamente). Per farvi conoscere e trovare potete inoltre creare biglietti da visita, partecipare a eventi e convegni del settore, iscrivervi a forum, portali tematici, aprire un blog, creare un sito, un video blog, impegnarvi a seguire i traduttori più attivi per capire come si muovono e chi più ne ha, più ne metta. L'importante è che sia qualcosa che rientri nelle vostre corde, altrimenti la fatica si triplica.

Ovviamente questi sono i consigli che do sulla base di quello che faccio io. Voi, invece, quali consigli dareste?

mercoledì 24 giugno 2015

Affarone: 2.985 euro per il registro europeo delle imprese


Madam/Sir,
In order to have your company inserted in our Register for 2015/2016 print, complete and submit the attached form (PDF) to the following address:
EU BUSINESS REGISTER, blablabla (ovvero: casella postale registrata a Utrecht, Paesi Bassi)
You can also attach the completed form in a reply to this email.
Dove sta dunque l'intoppo? Nel questionario. 

Updating is free of charge!

Oggi vorrei parlarvi di questa fantastica email ricevuta negli ultimi giorni. Grafica piuttosto curata, nessun file eseguibile o compresso allegato, concisa e dritta al punto. Per un attimo ho dubitato potesse essere vera. Cioè, vera è vera, ma propone l'iscrizione al registro europeo delle imprese (EBR), aggiungendo che l'aggiornamento è gratuito.








Anche il questionario ribadisce infatti, in alto a destra, la gratuità dell'aggiornamento, ma invita anche a firmare qualora si volesse inserire un annuncio. Poi, in quelle scritte fitte fitte in fondo, ecco definiti i termini dell'accordo: in cambio dell'inserimento del profilo aziendale nella banca dati dell'EU Business Register e di un cd-rom, il firmatario si impegna a corrispondere alla controparte 995,00 euro l'anno per tre anni, per un totale di 2.985,00 euro.


Eh?

Come dite? È una truffa? No, è un contratto ben definito che sfrutta semplicemente il nome del registro europeo delle imprese, ma che si dissocia esplicitamente da qualsiasi organizzazione o istituzione legata alla Commissione europea (vedi la scritta a margine, inclinando la testa di 90°). Ingannevole, magari.

Per maggiori informazioni sul vero registro europeo delle imprese, il sito di riferimento è questo. Maggiori informazioni in italiano qui.


giovedì 18 giugno 2015

Un nuovo applicativo per i tirocini nel mondo della traduzione

Oggi ho letto una notizia interessante e ho pensato potesse essere utile ad altri: all’Expo di Milano è stato presentato un nuovo applicativo che permette di gestire la domanda e l’offerta di tirocini internazionali nel mondo della traduzione, risultato di Agora, progetto europeo coordinato dall’università di Bologna con la partecipazione di altri dieci atenei europei e cofinanziato dall’Agenzia europea Eecea nel quadro del programma LLP Erasmus.



Questo nuovo strumento ha come obiettivo quello di aumentare le offerte di tirocini transazionali, superando le barriere organizzative e normative delle diverse legislazioni nazionali, nonché di migliorare l’occupabilità nel lungo periodo. 

Dal punto di vista dei partner coinvolti, il vantaggio è quello di poter scegliere tra un ampio numero di candidati, poterne valutare preventivamente preparazione e competenze e trovare quindi la persona perfetta in base ai requisiti richiesti. 

Dal punto di vista dei candidati, il progetto richiede ai partner di attenersi a un codice di condotta specifico che li impegna a sviluppare obiettivi formativi definiti.

Nel concreto, “il sistema realizza, per ogni singolo caso di tirocinio, una negoziazione delle premesse formative che gli studenti devono garantire alle aziende e una concertazione degli obiettivi dei tirocini. Università e mondo aziendale interagiscono così allo stesso livello, superando lo steccato tra formazione pura e pratica in azienda”.

Sarà disponibile solo per laureandi e neolaureandi? Come verranno accertate qualifiche e preparazione? Non ho trovato ulteriori informazioni, rimango perciò in attesa di saperne di più.

Fonti: Link

mercoledì 10 giugno 2015

5 ragioni per dire di no a un cliente

Chiaramente dipende da ciò che il cliente vuole. Le ragioni possono essere molteplici: poco tempo, una tariffa troppo bassa, una combinazione linguistica diversa dalle proprie, la richiesta di una traduzione attiva o ancora un settore o un argomento estraneo. Che fare?

Tutte argomentazioni valide, soprattutto se l’obiettivo è quello di puntare sulla qualità. Tuttavia, il no è sempre una bestia nera, perché è una piccola parolina che è in grado di fare una cosa che talvolta non riesce bene neanche a frasi ben più complesse, ovvero esclude tutte le possibilità: i clienti storici dovranno cercare un’altra persona di fiducia e quelli nuovi lasciare alle spalle il tuo profilo, che in qualche modo li aveva colpiti positivamente, per cercare anche loro un approdo e la soddisfazione dei propri bisogni in altri lidi.
  1. Poco tempo. Fate finta che una torta equivalga a una cartella (quando arriva l'ora della merenda?): entrate in una pasticceria e provate a ordinare 25 torte per il giorno dopo. Potrebbe andarvi bene: la commessa vi sorride, vi chiede come le volete perché è logico presumere le vogliate tutte diverse l’una dall’altra, e infine non vi chiede neppure un anticipo perché è bello fidarsi del prossimo. Poi svegliatevi e scontratevi con la realtà. Non so voi ma a me han sempre fatto problemi, foss’anche per una torta sola.

    Stesso discorso con la traduzione: 25 cartelle per il giorno dopo? Non penso proprio. Non perché non mi piacerebbe, intendiamoci. È che sono un essere umano, non ci riuscirei nemmeno potessi battere sulla tastiera con la sola forza del pensiero.

    Di fatto, mi è capitato di rifiutare anche in situazioni meno estreme, ovvero quando ho ritenuto che per la complessità/tecnicità del testo avrei avuto bisogno di più tempo per fare un buon lavoro. Questione di priorità. Un consiglio? Parlatene con il cliente. Se il tempo è poco, al 99,9% il tempo sarà poco anche per il traduttore che contatteranno dopo di voi. Guardi, per quella specifica torta ci vogliono tempi di preparazione più lunghi, che ne dice di quella alle nocciole? 

    Che non è mica male, eh
  2. Tariffa troppo bassa. Che dire? Capita a tutti di lavorare a tariffe troppo basse e la scelta di dire no dipende solo da ciò che ritenete sia giusto per voi. Non è tanto un discorso di concorrenza “sleale” con altri traduttori o simili, secondo me, ma piuttosto: riuscite a viverci? Ci pagate la spesa e le bollette? Perché tradurre è meraviglioso e sono convinta che chiunque operi in questo settore ne sia anche appassionato, ma come ricordavano su Doppioverso tempo fa: “Il nostro è un lavoro come tutti gli altri. Davvero. Bellissimo per noi, ma non per questo diverso dagli altri. Se questo non lo capiamo noi per primi non possiamo pretendere che lo facciano gli altri”. Vada per quella coi mirtilli. Spero non sia un problema se mi autoapplico uno sconticino. Sa, questo mese ho prenotato le vacanze e mi son partiti un sacco di soldi. Ma tanto per lei preparare dolci è soprattutto una passione, no?

    Eccerto

  3. Combinazione linguistica diversa /Traduzione attiva. Innanzitutto: che differenza c’è tra le due? Lavorare in una combinazione diversa dalle proprie è pressoché impossibile, in attiva è fattibile. Molti colleghi propongono il servizio e non sono necessariamente bilingui o bilingui tardivi ma semplicemente molto bravi (o talvolta, come capita di vedere in alcuni frangenti, molto incoscienti). A queste richieste io non dico no. Anche in questo caso preferisco piuttosto cercare un’alternativa per il cliente, ovvero uno o più colleghi che possano fare al caso suo. Come un’agenzia? No, da questo tipo di operazioni non ci guadagno. Spesso anzi passo direttamente il nome del collega traduttore al cliente, lasciando che siano loro a trovare i termini di un accordo.
    Offrire un’alternativa lascia sempre uno spiraglio, una via di comunicazione aperta. Guardi, se vuole posso proporle una millefoglie. Se invece desidera proprio una baklava può chiedere all’ottimo ristorante greco all’angolo.

    Pure la baklava ha il suo perché

  4. Settore/argomento estraneo. Idem come sopra: se traducete letteratura e vi chiedono un brevetto, potete sempre accettare. Tuttavia sarà molto più facile per voi imparare a piangere in cinese piuttosto che consegnare un buon lavoro. Nulla toglie che possiate mettervi a studiare il settore per farvi trovare preparati alla richiesta successiva, per carità, ma nel frattempo è meglio crearsi degli stampati con le indicazioni per il ristorante greco e limitarsi a questo.

    Oppure una cartina per arrivare in Grecia, non si butta via niente
  5. Il quinto punto non esiste, l’ho inserito solo per abbellire il titolo.



Bene, e il risultato? 
A parte l'incredibile voglia di torta, s'intende.
Intanto, non è detto che il cliente torni da voi, ma è possibile. Inoltre, nel tempo vi creerete una rete di colleghi molto preziosa, tanto a livello professionale quanto umano. A quel punto saranno le vostre giornate a guadagnarci in qualità.

E voi? Avete avuto esperienze di questo tipo o conoscete soluzioni ancora diverse che avete voglia di condividere? 

mercoledì 3 giugno 2015

Tu non sei padrone di te stesso?

Con un’amica che lavora come traduttrice letteraria parlavamo qualche giorno fa dei rispettivi programmi settimanali. Tra lezioni, commissioni e impegni, ho domandato a voce alta: ma una persona con un lavoro ordinario, dove con ordinario intendo con orari prestabiliti e definiti da altri, come fa a organizzarsi con tutto?

“Visite mediche, spesa, tutto quanto problematico”, mi ha detto lei. “Però almeno non hai la gente che insiste perché tu partecipi a eventi e compleanni anche quando hai da fare. Se uno è di turno, è di turno. Ma se tu hai una consegna e devi lavorare un’ora di sabato pomeriggio… SHOCK”.



Ho riso tantissimo perché è vero: come traduttore/traduttrice, ma forse più come freelance in generale, queste frasi o espressioni le senti con una frequenza piuttosto allarmante e arrivi a un punto in cui basta, finisce lì: le tue orecchie non vogliono udire

martedì 2 giugno 2015

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